Api e cellule del corpo (parte 2°)

Quello che oggi può sembrare assurdo ma riconosciuto già al tempo degli Egizi e degli Esseni, è che anche la più minuscola parte di un organo, (l’alveare è un organismo), una cellula, (ogni ape è una cellula di quell’organismo) avesse bisogno che le si parlasse in modo amorevole, ossia aveva bisogno di essere riconosciuta come un’entità a sé stante, intelligente, permeabile, tanto all’amore quanto all’aggressività, tanto a senso di unità quanto al senso di separazione.

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Api e cellule del corpo (parte 1°)

Le malattie nascono e crescono nel disordine, in primis quello psicofisico.

Alle api, questo concetto sembra essere chiaro e scontato, la pulizia interiore è intimamente visibile (sudore, feci, orina) più di quella esterna. Questa trascuratezza non consente alle cellule, organi e sistemi di funzionare correttamente perché nel disordine i diversi equilibri, la circolazione dei liquidi e i sistemi di controllo (nervoso e ormonale) si alterano.

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Canchanchara: come bere il miele e il rum!

Miele e rum… Mica male se sono tutte e due di nobili qualità! Vero?

Così, un poco per la passione del miele e del rum agricolo, mi sono imbattuto in questa scoperta estiva; si tratta di una piccola scoperta perché già altri appassionati dei cocktail o delle tradizioni caraibiche (vedi note) hanno da tempo presentato stupendamente questa “miscela potente”.

In effetti se a questa miscela alcolica aggiungiamo del lime (succo e scorza o la sua più delicata pelle sottile, verde smeraldo) ecco che abbiamo una bevanda che era definita “terapeutica” nella regione equatoriale.

Forse in origine al posto del rum, molto costoso, il povero Cubano o Antillano usava le economiche aguardientes, bevande alcoliche ottenute dalla fermentazione della frutta (mango, banana, uva, corbezzolo, manioca), forse da riscoprire con un’altra prospettiva. Quella della folk-medicine. Comunque in mancanza dell’aguardiente un buon rum “collabora” bene alla preparazione di questo rimedio caraibico, noto come Canchanchara, bevanda dal sapore estivo per noi che viviamo questa estate torrida.

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Le api e le loro sensazioni

Grazie alla gentile disponibilità del Gardian, rilanciamo un articolo apparso il 16 luglio scritto da Donna Fergusson che ci anticipa l’uscita di un libro sulle api che speriamo in Italia sia tradotto presto: “The Mind of a Bee” del prof. L. Chittka, pubblicato dalla Università di Princeton.

“Ora abbiamo prove che suggeriscono che nelle api c’è un certo livello di consapevolezza, una sensibilità, e che hanno stati simili alle emozioni”, dice Lars Chittka, professore di ecologia sensoriale e comportamentale alla Queen Mary University di Londra.

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Comportamento delle api e terapia naturopatica

Osservando il comportamento delle api e la maniacale cura naturo-igienista all’interno dell’alveare, sorgono spontanee alcune analogie.

Il naturopata inizia la cura consigliando un regime di vita volto a disintossicare l’organismo in generale e in particolare fegato e le vie di eliminazione (reni, pelle, polmoni, intestino). Nella seconda fase, si passa alla rivitalizzazione, mediante un apporto di sostanze atte a reintegrare le energie, compreso quelle spese durante la disintossicazione.

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Analogie Ape-Uomo

Il cervello dell’ape e in generale “l’intelligenza” di questo piccolo insetto hanno da sempre esercitato un grande fascino sull’uomo, tanto che oggi la neurobiologia dell’ape è una branca di studi che ci riserva sempre nuove scoperte.

Dotato di quasi un milione di neuroni compressi in meno di mezzo millimetro, il cervello dell’ape sembrerebbe non competere con quello umano (20 miliardi di neuroni), ma di sicuro compete con quello di altri insetti come, ad esempio, la formica o la mosca che non superano i circa 250.000 neuroni e ne hanno uno molto più piccolo (fino a 50 volte).

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La dieta può cambiare la genetica? Api ed epigenetica

Spesso, parlando di diete alimentari (e sottolineo diete perché mi pare giunto il momento di sdoganare questo termine antico), viene chiesto se ciò che mangiamo possa modificare anche il nostro assetto genetico.

Cioè se scegliendo un particolare alimento rispetto ad un altro si attuino dei cambiamenti nel come le nostre cellule riescano a spegnere o accendere i loro geni; è questo uno dei tanti quesiti dell’epigenetica, campo della biologia che studia la variazione del comportamento di una cellula (o tessuto cellulare) rispetto ad una sua gemella o clone sottoposta a condizioni esterne diverse. La sua alimentazione è una delle possibili sorgenti di pressione a modificarsi, nonostante il suo DNA resti totalmente simile alla sua sorella o clone.

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L’ape animale del sole

Secondo Steiner, filosofo e pedagogista austriaco, di cui parlerò anche nei successivi capitoli, i giorni che l’ape impiega a nascere si sintonizzano con i 25 giorni e tre ore che il Sole impiega per compiere una rivoluzione completa su sé stesso.

L’ape operaia, quindi, è un animale solare perché sottoposta all’ influsso del Sole, in quanto fino al suo completo sviluppo, sfrutta esattamente tutto quello che il Sole può fornirgli.

L’ingresso e l’uscita dall’alveare delle bottinatrici, “le api delegate alla raccolta di cibo”, il particolare linguaggio e comunicazione delle api e la fecondazione della regina avvengono riflettendo l’influsso solare.

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20 maggio: Festa delle Api e della Apicoltura

Si stima che circa 10.000 persone abbiano i loro alveari in Slovenia, una nazione di poco più di due milioni di abitanti: Si tratta di ben 10 volte più apicoltori per abitante che in Spagna, il più grande produttore di miele in Europa.

L’amore della nazione alpina per le api risale al 18° secolo, quando lo sloveno Anton Janša (1734-1773) scrisse il primo manuale di apicoltura moderna. A quel tempo gran parte della Slovenia moderna faceva parte della provincia asburgica della Carniola, e l’imperatrice Maria Teresa nominò Janša come uno dei primi insegnanti della scuola di apicoltura nella capitale imperiale, Vienna.

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LA BIODIVERSITA’ FAVORISCE LA SOPRAVVIVENZA DEGLI IMPOLLINATORI

La rigogliosa gamma di fiori di un prato ha bisogno di un’intera falange di api per impollinarli, molto più delle api da miele e dei bombi che la maggior parte delle persone conosce, secondo un nuovo studio di un team di ricercatori tra cui l’entomologo Michael Roswell dell’Università del Maryland. Roswell ha contribuito a dimostrare che le api meno comuni sono molto più importanti per la salute dell’ecosistema di quanto documentato in precedenza.

Le ricerche precedenti sulle api come impollinatori tendevano a concentrarsi su piante specifiche – spesso colture – o su intere comunità di piante come se fossero una singola entità. Questo tendeva a enfatizzare eccessivamente il contributo delle api più comuni, soprattutto perché il 2% delle specie di api forniva l’80% dell’impollinazione nelle colture. Ma nessun lavoro precedente aveva posto la domanda fondamentale: Quante specie di impollinatori sono necessarie per impollinare tutte le specie in una data comunità di piante?

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