Perdita della biodiversità e rischi sulla nostra alimentazione

“Pensavo fosse uno stupido gioco a nascondino ma non riesco a trovarle. Dove sono?”

Le api, le farfalle, le vespe, i coleotteri, i pipistrelli, le mosche e i colibrì che distribuiscono il polline, vitale per la riproduzione di oltre il 75% delle colture alimentari e delle piante da fiore – tra cui il caffè, la colza e la maggior parte dei frutti – stanno visibilmente diminuendo in tutto il mondo, ma poco si sa delle conseguenze per le popolazioni umane e quelle animali.

La riduzione degli impollinatori potrebbe innescare un effetto domino su grande scala negli ecosistemi della Terra.  Uno studio pubblicato di recente su Nature Ecology & Evolution (1), indica almeno quattro cause che determinano il continuo declino degli impollinatori:

  1. Distruzione dell’ambiente (inteso come ecosistema) in cui gli impollinatori vivono,
  2. Declino della possibilità d’intervento nella gestione del territorio, che vede una riduzione dei pascoli e aumento delle monoculture,
  3. L’uso diffuso dei pesticidi,
  4. I cambiamenti climatici costanti, sebbene ancora oggi i dati sono limitati.

Circa i due terzi della Terra dipendono dalla impollinazione delle culture e le oscillazioni della resa dei raccolti è peggiorata dai nuovi episodi climatici. Ciò è ancora più marcato tra i piccoli produttori agricoli inducendo una incertezza nel futuro.

L’impollinazione naturale, secondo un rapporto del 2016, aveva raggiunto un incremento del 300% sulla produzione alimentare nel giro di cinquant’anni. Ecco una misura del peso degli impollinatori e del loro valore nella nostra alimentazione, sia essa diretta o indiretta, come per esempio nella produzione di biocombustibili.

Anche l’uso degli impollinatori con alveari industriali, come avviene da anni nel continente nordamericano per la produzione di mandorle e mele, hanno subito un forte declino per malattie indotte dalla Varroa e dall’impiego di neonicotinoidi, tra le più sospette cause di Colony Collapse Disorder (ovvero CCD, un grave disturbo neurologico delle api che sembrano non ricordare più la via del rientro in alveare). Non è il tragico nascondino in cui l’apetta del fumetto crede essere preda, non trovando più le sue sorelle!

Dove è maggiore l’uso alimentare di piante selvatiche (Africa, America Meridionale e Asia) questa riduzione degli impollinatori si riflette sulle economie rurali. Cibi selvatici o spontanei, in uso da secoli e diventati di uso tradizionale, verso i quali dovremmo porre maggiore attenzione per le fonti nutrizionali, potrebbero ridursi o, a lungo termine, scomparire in quelle aree.

L’impatto del declino degli impollinatori su piante e frutti selvatici è stato visto come un rischio serio in Africa, Asia-Pacifico e America Latina – regioni con molti paesi a basso reddito, dove le popolazioni rurali si affidano a cibi selvatici. Ma anche grandi Stati, come Cina e India, che dipendono sempre più da frutta e verdure nella loro dieta, potrebbero avere contraccolpi gravi; in alcuni casi si è iniziato a impollinare manualmente e a sviluppare sempre più piante autofertili che spesso sono meno produttive.

Ma in Europa? Dalle prove sul campo il declino degli impollinatori è visibile: almeno il 37% delle api e il 31% delle farfalle sembra sparito. Ciò potrebbe compromettere alcune colture come le fragole o la colza in maniera marcata, ma non solo. L’impatto sull’economia della scomparsa così massiccia di impollinatori è ancora da comprendere: certo la perdita della biodiversità sembra passare in secondo piano rispetto alle brusche variazioni climatiche. Ma entrambe le cause si rifletteranno a breve sulla nostra vita.

Fonte:

  1. Lynn V. Dicks et Al. “A global-scale expert assessment of drivers and risks associated with pollinators decline” Nature, Ecology and Evolution 16/8/2021

a cura del dr. Piero Milella

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